acibù

settembre 3, 2008

salviamo l’alitalianità

Filed under: opinioni avanzate — acibu @ 8:48 am

La cordata alla vaccinara

Visto che è abbastanza inutile prendersi in giro, senza girarci troppo attorno credo che sul caso Alitalia il governo abbia fatto un gran pasticcio. Primo punto. Se il famigerato argomento “italianità” è un argomento valido, non si capisce perché oggi possa considerarsi un successo l’aver scoraggiato con ogni mezzo l’acquisto della nostra disastrata compagnia di bandiera da parte di Air France e si debba considerare un crimine il tentativo di Antonio Fazio, ex governatore della Banca d’Italia, che tre anni fa, seppur con metodi discutibili, cercò di garantire l’italianità di alcune tra le più importanti banche del mondo. Per favore spiegatemi: cos’è meglio, il liberismo, il libero mercato oppure i campioni nazionali che se vengono protetti in modo forzato dai tentacoli stranieri rappresentano la massima contraddizione possibile al suddetto libero mercato? In altre parole, se ha ragione oggi Berlusconi nell’aver difeso a tutti i costi l’Alitalianità (a tutti i costi significa aver permesso che Alitalia perdesse anche per tutta l’estate un milione di euro al giorno) perché Fazio aveva torto a difendere l’italianità del sistema bancario?

Secondo punto. Se è vero quello che ha scritto oggi Repubblica, ovvero che in Alitalia accanto a Intesa Sanpaolo (la banca capitanata da Giovanni Bazoli, vecchio lupo della finanza che fino a pochi mesi fa era assai legato a tutto l’universo che faceva capo a Romano Prodi) entrerà anche Mediobanca (la banca d’affari capitanata da Cesare Geronzi) si presenterà in Alitalia una situazione simile a quella che esiste nell’organico di Telecom Italia. Per farla breve, Telecom oggi è governata da una società che si chiama Telco (che ha in mano il 23,6 per cento dell’azienda) i cui pilastri sono rappresentati sempre da Mediobanca e Intesa Sanpaolo. Qui però vi è un’azienda che ha il diritto di prelazione sulle azioni di questa società (Telefonica) che tutti sanno che prima o poi si mangerà tutta la Telecom. In Alitalia succederà secondo me la stessa cosa. Le due grandi banche del paese, Mediobanca e Intesa, si spartiranno il controllo di Alitalia, faranno entrare una grande compagnia aerea straniera (mi sembra difficile British Airways, molto più probabile Air France, molto meno probabile Lufthansa che ha un progetto di crescita che più che sull’aggregazione di compagnie aeree di grandi nazioni punta a mettere insieme le compagnie di nazioni più piccole come l’Austria e il Belgio), e tra qualche anno accdrà con ogni probabilità quello che sarebbe dovuto succedere qualche mese fa: Alitalia verrà venduta ad Air France a un prezzo molto più basso di quello che la stessa Air France aveva proposto ad aprile. Parlo naturalmente da profano che legge un po’ di giornali, ma non ci può essere un cazzo di progetto a lungo termine in una compagnia area salvata da una cordata dove l’unico che ha un po’ di esperienza in aerei è un signore come Carlo Toto che, è vero, ha creato quasi dal nulla una compagnia come Air One, ma che in poco tempo l’ha portata ad avere un indebitamento di quasi 100 milioni di euro (quello di Alitalia è di 1.712 milioni) e che senza un notevole aiuto delle banche non avrebbe mai potuto fare quello che invece voleva fare: comprare Alitalia. A me va bene tutto, capisco perfettamente la portata politica della cordata Alitalia, ma per favore, almeno non prendeteci in giro quando ci dite che con Alitalia vi siete fatti in quattro per la salvezza del paese. Alitalia è stata una grande scommessa che il governo ha giocato nell’ultima campagna elettorale e che, a nostre spese, il governo ha vinto alla grande. La cordata che tutti quanti dicevano non ci fosse invece c’era eccome, ma da qui dire che al contribuente è convenuta la cordata, ecco, diciamo che non ci giurerei affatto.

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giugno 25, 2008

il foglio censura i commenti contro 3monti. per fortuna c’è il sole

Filed under: opinioni avanzate — acibu @ 8:30 am

Economia mista addio. Tremonti leader programmatico della maggioranza

di Giuseppe De Rita

Mercoledí 25 Giugno 2008

Caro direttore,
cresce ogni giorno l’orientamento a ritenere il ministro dell’Economia Giulio Tremonti come il vero leader programmatico dell’attuale maggioranza (e non solo).

È del resto l’unico politico che da mesi ha elaborato e poi quasi imposto una torsione delle opzioni di governo dell’economia, spiazzando i fondamentalisti del mercato e rilanciando un ruolo forte dell’intervento pubblico. E mantenendo per se stesso l’ampia discrezionalità consentita dal motto «il mercato quando è possibile, lo Stato quanto è necessario». Non ho elementi per capire quanto il successo piaccia all’interessato, viste le insofferenze che gli girano intorno e visti i cecchini che lo guardano dai tetti. Verrebbe da dire «Dio gliela mandi buona», non tanto sul piano dell’augurio personale quanto sul più oggettivo desiderio di veder realizzata una significativa redistribuzione del potere fra i diversi soggetti dello sviluppo.

Soggetti che si trovano nella galassia delle imprese e dei centri finanziari, come in quella delle varie amministrazioni pubbliche, nazionali e locali. E in proposito ritorna dal passato prossimo la tentazione a rivalutare e riproporre quell’ «economia mista» di cui l’Italia è stata per decenni laboratorio, con i suoi profeti e teorizzatori (da Alberto Beneduce a Pasquale Saraceno), con i suoi politici apprendisti stregoni, con i suoi bravi boiardi.

Devo dire subito, pur da ultimo saraceniano in servizio effettivo, che quell’esperienza non mi sembra oggi ripetibile. In primo luogo perché l’intervento dello Stato si impone oggi a causa di un bisogno non economico, ma “sociale”: il bisogno cioè di rassicurazione collettiva espresso da una società fragile e un po’ impaurita e che quindi vuole più controlli generalizzati, più espulsioni per gli immigrati, più vigili e soldati per strada, più cultura e prassi della sicurezza, più potere alle leggi e agli apparati pubblici. In fondo ai cittadini sembra importare molto meno, rispetto a questo bisogno, la necessità che i pubblici poteri sostengano la battaglia competitiva delle imprese o l’espansione dei salari, dei redditi e dei consumi.

Ma anche restando al campo strettamente economico, una nuova fase di economia mista non mi sembra all’orizzonte. Stiamo infatti ripetendo l’errore del passato, cioè il disordinato accollarsi di compiti da parte dello Stato: dall’assistenza agli anziani allo sviluppo della ricerca scientifica, dall’attrazione degli investimenti esteri alla casa per i nuclei familiari a basso reddito; dal rilancio del nucleare all’idea di una banca per lo sviluppo meridionale. La congerie di interventi pubblici, spesso sovrapposti a responsabilità di altri soggetti (e senza neppure i Saraceno a programmarli e i boiardi a gestirli), non crea economia mista e forse neppure un dignitoso statalismo. Ricordiamoci che l’economia mista è nata come lucida scelta ed è implosa come un castello di carte; se non si fanno scelte precise rischiamo di ricostruire uno sfinestrato castello di carte.

E ciò non vale solo per l’economia, vale anche e soprattutto per l’intervento nel sociale e nella sicurezza collettiva, dove non dobbiamo esser tentati dal sovrumano compito di rassicurare un po’ tutti. È vero che abbondano in Italia le frange di fragilità e di inquietudine; ma rispondere direttamente e puntualmente alle loro pretese di rassicurazione certo moltiplica le formule e gli strumenti di pronto intervento, però induce all’appiattimento assistenziale. Non crea dinamica sociale e non illumina speranze di nuovo sviluppo. Forse sarebbe utile, per chi ha e vuole avere leadership programmatica, cominciare a coltivare, più che la paura di antiche e nuove pesti, la speranza futura.

maggio 14, 2008

cerasa forever

Filed under: opinioni avanzate — acibu @ 4:00 pm

Ecco perché D’Avanzo ha scomunicato il travaglismo sul giornale di Travaglio e di D’Avanzo

La corrispondenza tra Giuseppe D’Avanzo e Marco Travaglio registra oggi una nuova puntata con un ispiratissimo giornalista di Repubblica che sulle pagine del quotidiano romano ha scomunicato Travaglio. Con un colpo di classe (o un colpo basso?). Il collaboratore dell’Unità, nonché cronista della Repubblica di Torino, dopo essere stato definito da D’Avanzo, ieri, manipolatore di lettori “inconsapevoli” e giornalista che “bluffa”, risponde proprio su Repubblica spiegando che le “chiacchiere stanno a zero”. Travaglio ricorda che a proposito del caso Schifani lui si è “limitato a rammentare un fatto vero” e che, seppur riguardo ai quei “fatti” ci siano “rapporti di nessuna rilevanza penale”, dall’altra parte questi sono fatti di “grande rilievo politico-morale”. Certo, per chi puntigliosamente come Travaglio racconta solo “fatti”, l’espediente linguistico del “grande rilievo politico-morale” è un po’ curioso. Essere costretti a definire un fatto di “grande rilievo politico-morale” senza limitarsi a raccontare solo i fatti, nasconde questa piccola contraddizione di fondo: se i “fatti” necessitano di commento, significa che i fatti raccontati non sono così evidenti per dimostrare qualcosa. Pensandoci bene, quelle parole non sono poi così diverse da quelle già utilizzate da Travaglio e da Gomez nel libro “Se li conosci li eviti”. I due giornalisti, a questo proposito, avevano già anticipato il nuovo approccio alla cronaca giudiziaria del travaglismo spiegando, nelle prima pagine del loro volume, che il discrimine per valutare l’attività politica di un politico non si limita più “al criterio dei precedenti e delle pendenze penali”. Siamo “convinti – scrivono i giornalisti – che non basti essere incensurati per fare politica” e per questo “abbiamo scovato i nemici della legalità”. E’ anche per questo nel vocabolario travagliesco i fatti non sono solo fatti ma sono anche “moralmente disdicevoli”. Non importa se sono reati, sono comunque disdicevoli. Così, rispondendo a Travaglio, D’Avanzo dice invece che “non sempre i fatti sono la verità”. E a questo proposito ricorda un episodio dell’8 agosto del 2002, quando Travaglio avrebbe passato le sue vacanze con Giuseppe Ciuro (detto Pippo) dormendo in un residence pagato da Michele Aiello. D’Avanzo spiega che Aiello è lo stesso Aiello che verrà poi condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso e che Ciuro è lo stesso sottufficiale di polizia condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e per aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Il parallelismo è notevole. Perché, da un lato c’è Travaglio che in tv ricorda i rapporti di Schifani con persone poi condannate per mafia. Dall’altra, invece, c’è D’Avanzo che ricorda i rapporti di Travaglio con persone poi condannate per mafia. “Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità di Marco Travaglio un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice?”, si chiede D’Avanzo che incalza Travaglio puntandogli contro lo stesso meccanismo con cui il corsivista dell’Unità costruisce nei suoi libri e nei suoi interventi il parametro di giudizio per identificare cosa è vero, cosa è falso, cosa è giusto e cosa è sbagliato. “Un fatto ci indica sempre una verità?”, si chiede D’Avanzo. No, naturalmente: Travaglio non è un mafioso per il semplice fatto che ha frequentato persone che sarebbero state condannate per mafia e le parole contenute in un brogliaccio di polizia, come Travaglio ovviamente sa, sono il resoconto di un fatto non “la verità da scagliare contro qualcuno. E chissà che Travaglio non abbia capito che il giochino non piace più a nessuno (e comunque non a D’Avanzo).

di Claudio Cerasa

maggio 7, 2008

Che ventata di nuovo! (paura e speranza)

Filed under: opinioni avanzate, Uncategorized — acibu @ 9:44 pm

partiamo dalle cose belle.

su tutte la carfagna ministro, e i tempi di presentazione dei ministri.

ma c’è un ma. fan tutti a gara a dire che abbiamo un ministro dell’economia che più intelligente non si può, e che adesso che è al terzo mandato mostrerà lui cosa sa fare.

speriamo.

intanto, se il passato può insegnare qualcosa abbiamo due mandati già svolti, e un libro fresco di stampa. nel libro ha scritto che la concorrenza cinese aumenta i prezzi – soprattutto agricoli – e mette in ginocchio le famiglie (consumatori) e le imprese (produttori). perciò la strada giusta è produrre come prima e mettere dazi o vincoli alle importazioni cinesi.

nei precedenti mandati – siccome è intelligentissimo e aveva previsto tutto – ha favorito fiscalmente la costruzione di capannoni che adesso, vuoti, occupano le vecchie campagne nelle quali produrre cereali renderebbe il triplo di pochi anni fa.

per quanto riguarda i dazi alla cina deve ancora farlo. e lo sa bene anche lui che è impossibile.

ma se fosse possibile, guardate dove producono i mobili Ikea, o i vestiti dei grandi magazzini. e immaginate chi ci rimetterebbe a pagarli il doppio per via dei dazi.

Filed under: opinioni avanzate — acibu @ 5:11 pm

Occasioni perdute

Il liberismo e la speranza

di Francesco Giavazzi

Da una quindicina d’anni su questo giornale mi batto per il mercato, per le liberalizzazioni, per uno Stato meno invasivo. Sostengo i benefici della concorrenza e dell’apertura agli scambi, non per scelta ideologica ma perché penso che mercati aperti e concorrenza siano lo strumento per sbloccare un Paese nel quale la mobilità sociale si è arrestata e il futuro dei giovani è sempre più determinato dal loro censo, non dal loro impegno o dalle loro capacità. Nel frattempo nel mondo sono successe alcune cose. La globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà: nel 1990 le famiglie in condizioni di povertà estrema erano, nel mondo, una su tre; oggi poco meno di una su cinque.

Ma con la globalizzazione si sono accentuate le diseguaglianze, soprattutto nei Paesi ricchi e poco importa che il motivo non siano le importazioni cinesi, ma piuttosto le nuove tecnologie che premiano chi ha studiato e penalizzano il lavoro non specializzato. (Negli Stati Uniti il salario orario di un lavoratore che ha smesso di studiare a 16 anni nel 1972 era, ai prezzi di oggi, 15 dollari; 11 nel 2006. Quello di un laureato è invece aumentato da 24 a 30 dollari l’ora). Come osservavano già tre anni fa Massimo Gaggi e Edoardo Narduzzi («La fine della classe media») in occidente è sparita la classe media tradizionale, quella che per mezzo secolo è stata il collante del sistema politico: al suo posto è nata una società nella quale chi ha scarsa istruzione è angosciato e cerca qualcuno che lo protegga. E non sempre il mercato dà buona prova di sé. Negli Stati Uniti è inciampato in un paio di infortuni.

Nel 2002 le frodi degli amministratori di Enron, Tyco e WorldCom. Oggi la crisi innescata dai mutui «subprime»: se non fossero tempestivamente intervenute le banche centrali, cioè lo Stato, i mercati rischiavano di precipitare. Talora un mercato neppure esiste, come nel caso dell’energia: prezzi e forniture di gas — l’80% dell’energia utilizzata in Italia—sono determinati da un cartello dominato dalla Russia. Pensare di aprire quel mercato alla concorrenza è un’illusione un po’ infantile, almeno fino a quando non avremo costruito una decina di rigassificatori e ci vorranno, se tutto va bene, un paio di decenni. La Cina non consente che il valore della sua moneta sia determinato dal mercato. Per mantenere un tasso di cambio sottovalutato accumula una quantità straordinaria di euro e di dollari. La crescita cinese continua a dipendere dall’industria e dalle esportazioni. A parole il partito comunista si dice preoccupato della crescente diseguaglianza, ma poi non fa quasi nulla per correggere il tiro e spingere la domanda interna, soprattutto i servizi, in primis la sanità. Sempre più i mercati aperti spaventano gli elettori. Nella campagna elettorale americana sia Obama che Hillary Clinton parlano con accenti critici della globalizzazione e si guardano bene dall’attaccare i sussidi pubblici che rendono ricchi gli agricoltori Usa a spese del resto del mondo, ad esempio dei coltivatori di cotone egiziani.

In Francia Sarkozy a parole (e non sempre) predica il mercato, ma provate ad aprire una linea aerea e a chiedere uno slot per un volo Linate-Charles De Gaulle: lo otterrete, ma alle 6 del mattino. La maggioranza degli italiani ha votato per un candidato, Silvio Berlusconi, che si è impegnato a salvare — con denaro pubblico — un’azienda che perde un milione di euro al giorno: non ho visto nessuno sfilare perché le nostre tasse vengono usate per tenere in piedi un’azienda da anni decotta. (Ho invece visto i tassisti romani festeggiare il nuovo sindaco della città che due anni fa aveva manifestato solidarietà per la violenta protesta dei tassisti contro le liberalizzazioni di Bersani). Insomma, il mondo sembra andare in una direzione diversa da quella auspicata da chi, come me, vorrebbe meno Stato e più mercato. I cittadini non sembrano preoccuparsene: anzi, premiano chi promette «protezione» dal vento della concorrenza. Che cosa non abbiamo capito, dove abbiamo sbagliato? Alcuni ritengono che il problema nasca dall’errato accostamento di «concorrenza » e «mercato».

Concorrenza significa regole: in assenza di regole non è detto che il mercato produca una società migliore di quella in cui vivremmo se venissimo affidati ad uno Stato benevolente. Affinché il mercato, la globalizzazione diventino popolari è necessario «governarli». E’ certamente vero, ma anche un po’ illuminista. Vedo anti-globalizzatori che occupano le piazze, ma non vedo cittadini che manifestano perché il Doha Round non fa un passo. La decisione dei capi di Stato dell’Ue di cancellare la concorrenza dai principi irrinunciabili stabiliti dal nuovo Trattato europeo è passata inosservata. Insomma, non mi pare che i cittadini reclamino più regole: la protezione che chiedono —e che alcuni politici promettono—è quella dei dazi e dei vincoli all’immigrazione, non l’antitrust. A me pare che i liberisti debbano porsi un compito più modesto: spiegare ai cittadini che l’alternativa al mercato, al merito, alla concorrenza è una società in cui i privilegi si tramandano di generazione in generazione, i fortunati e i prepotenti vivono tranquilli, ma chi nasce povero è destinato a rimanerlo, indipendentemente dal suo impegno e dalle sue capacità. Convincerli che il modo per difendere il proprio tenore di vita è chiedere buone scuole, non dazi.

Il «miracolo economico» italiano degli anni ’50 e ’60 fu il frutto del mercato unico europeo (e della lungimiranza di alcuni leader della Democrazia Cristiana che alla fine della guerra capirono l’importanza di entrare subito nella Cee). La caduta delle barriere doganali e l’ampliamento della domanda consentirono alle nostre imprese di allargare le fabbriche e raggiungere una dimensione che ne determinò il successo. La crescita tumultuosa di quegli anni creò opportunità per tutti. Non ho dati, ma penso che se qualcuno allora avesse chiesto agli italiani che cosa pensavano dell’apertura degli scambi, la maggior parte avrebbe risposto favorevolmente. L’Europa di allora è il Brasile, l’India, la Cina dei giorni nostri, ma i più oggi le considerano minacce, non opportunità. Mi pare che l’Italia si trovi in un «cul de sac». Da un decennio abbiamo smesso di crescere: dieci anni fa il nostro reddito pro-capite era simile a Francia e Germania, 27% più elevato che in Spagna, 3% più che in Gran Bretagna.

In questi anni abbiamo perso dieci punti rispetto a Francia e Germania, siamo stati raggiunti dalla Spagna e di nuovo superati dalla Gran Bretagna. Quando un Paese non cresce le opportunità scompaiono e ciascuno si tiene stretto quello che ha: mentre mercato, merito, concorrenza—i fattori la cui assenza è all’origine della mancata crescita—spaventano. I cittadini preoccupati chiedono protezione, qualcuno la promette e il Paese si avvita. (Il paragone, lo so, indispettisce, ma la storia del declino dell’Argentina —un Paese che ai primi del ’900 era ricco quanto la Francia—inizia, con Peron, proprio così). Il tentativo di convincere la sinistra che mercato, merito e concorrenza sono gli strumenti per sbloccare l’Italia—devo ammetterlo — è fallito. Con Prodi la sinistra ha perso un’occasione storica: anziché sbloccare la società ha essa pure offerto protezione. Ma chi ha protetto? Non chi temeva la globalizzazione — che infatti si è fatto proteggere dalla Lega—ma il sindacato, anzi i suoi leader. Temo ci vorrà qualche legislatura per riparare questo errore.

I nuovi interlocutori dei «liberisti» (come sostiene da qualche tempo Franco Debenedetti) oggi sono i «protezionisti»: sbagliano la diagnosi, ma hanno saputo cogliere e interpretare meglio della sinistra le angosce di tanti cittadini. E tuttavia la risposta alla «mobilità planetaria» non può essere il congelamento della mobilità domestica. Una società congelata non solo è ingiusta: si illude di proteggersi, in realtà spreca le sue risorse migliori e deperisce. E’ un lusso che forse possono permettersi gli Stati Uniti: per l’Italia sarebbe un suicidio.

30 aprile 2008

maggio 5, 2008

così è andata

Filed under: opinioni avanzate — acibu @ 10:33 am

è passato il tempo necessario perchè IL ballottaggio stabilisse definitivamente quale parte preferiscono gli italiani oggi.

è già da un mese che tutti scrivono che la sinistra ha perso il legame col popolo e con il territorio, che chi legge repubblica, vota a sinistra e gli sta a cuore la comunità poi passa i week end nella villa al mare, mentre chi vota lega va a cenare alla sagra di paese.

non so quanto faccia bene ripeterlo in maniera così massiccia, ma chissà che col tempo qualcosa si capisca

però visto com’è andata a Roma, c’è da aggiungere anche questo, come osserva il grande Cerasa

“La sinistra ha perso Roma anche perché proiettando la città sul palco internazionale a uno gli viene in mente, poi, di andare a vedere che cazzo succede nello scenario internazionale e quando torna nella sua città dice, ma vaffanculo, meglio se non mi deprimevo andando a conoscere il meraviglioso scenario internazionale”

marzo 20, 2008

rieccoci

Filed under: Uncategorized — acibu @ 4:15 pm

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maggio 21, 2007

Filed under: foto — acibu @ 7:11 am

questo vale più di una foto, e dovrebbe essere una lettura per molti, non solo gli economisti. per i volonterosi, buona lettura

considerazioni finali 06 Mario Draghi

marzo 24, 2007

Filed under: foto — acibu @ 2:18 pm

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marzo 11, 2007

Filed under: foto — acibu @ 1:21 pm

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